Langella: l'accordo firmato tra sindacati e Confindustria il 28 giugno va cancellato
Martedi 5 Luglio 2011 alle 09:31 | 0 commenti
Giorgio langella, PdCI, FdS - Ho letto più volte l'accordo interconfederale tra Confindustria e CGIL-CISL-UIL. Accordo firmato dai segretari nazionali dei tre sindacati e da Emma Marcegaglia il 28 giugno scorso. Devo dire che più lo leggo, più mi convinco che questo accordo sia sbagliato e che non porti nulla di buono. L'unica nota positiva potrebbe essere quella di una ritrovata unità sindacale. Ma non mi sembra che l'unità si possa costruire accantonando i nodi che hanno portato alla divisione. Facendo finta che siano superati o effetto di "vecchie" incomprensioni.
Il testo del documento mi fa sorgere parecchie perplessità .
La prima è sul perché ci sia stata la necessità di coinvolgere la Confindustria. Si voleva, forse, una specie di "garante super partes"? La Confindustria non lo è di certo. Si voleva una condivisione di responsabilità e un coinvolgimento dei padroni? Nel documento non trovo nessuna "contropartita", nessun "passo indietro" (una brutta frase ma che dà l'idea) da parte di Confindustria. E, allora, non capisco cosa c'entri l'associazione dei padroni nella definizione delle regole di democrazia e di rappresentanza dei lavoratori.
La seconda nasce dai contenuti dell'accordo. In pratica si ratificano le "regole" imposte da Marchionne e la loro accettazione da parte di CISL e UIL. Restano irrisolti (o meglio "cancellati") i nodi posti dalla FIOM e dalle lotte di questi mesi. La democrazia interna alla fabbrica viene penalizzata ... i lavoratori non hanno voce in capitolo se non attraverso rappresentanti eletti ogni tre anni. Si dà grande peso alle RSA (e mi sembra un ritorno al passato).
La terza è nella premessa dell'accordo dove, il continuo richiamo alla "competitività " e "produttività " dell'impresa mi sembra sposti l'attenzione dalla condizione dei lavoratori (il cui miglioramento dovrebbe essere l'obiettivo principale del sindacato) alla "convenienza" dell'impresa (un termine che è stato più volte richiamato anche nel convegno promosso dalla CGIL vicentina al CUOA il 30 giugno).
La quarta perplessità nasce da quella che viene chiamata "tregua sindacale". Mi sembra di capire che i firmatari dell'accordo (si badi bene, dell'accordo del 28 giugno e non dei contratti aziendali) non possano intraprendere azioni di lotta. Lo possono, però, fare i singoli lavoratori! Figuriamoci. Da soli o organizzati? E con quali garanzie?
L'ultima perplessità è linguistica. Nasce dalla costrizione che ha il lettore (per lo meno così è capitato a me) di dover interpretare frasi, termini, collegamenti. In pratica c'è poca chiarezza. Faccio un esempio: non si cita mai la parola "deroga" al contratto nazionale ma si scrive della possibilità di "attivare strumenti di articolazione contrattuale mirati ad assicurare la capacità di aderire alle esigenze degli specifici contesti produttivi" e della possibilità di "definire, anche in via sperimentale e temporanea, specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro". Mi sembra che sia la stessa cosa ma scritta in maniera contorta, poco chiara, e, quindi, meno comprensibile.
In poche parole, l'accordo in questione mi sembra un cedimento da parte della CGIL che corre anche il pericolo di isolare la FIOM e di creare conflitti interni. Mentre capisco la fretta di firmare da parte di CISL, UIL e Confindustria, non capisco la "firma veloce" della Camusso.
Credo che sia utile e necessario che le forze politiche della sinistra e i singoli compagni debbano discutere il testo dell'accordo, conoscerlo, approvarlo o criticarlo. Lo facciano con serietà , approfondendo i temi toccati. Questo accordo non è solo una "questione sindacale". È anche (o soprattutto, ne sono convinto) una questione politica, perché stabilisce regole che potranno difficilmente essere superate. Regole che condizioneranno le lotte dei lavoratori e potranno stabilizzare rapporti di forza penalizzanti per gli stessi.
Finisco con un desiderio. Perché non concludere un accordo interconfederale con un semplice articolo del tipo "qualsiasi contratto (aziendale, territoriale, nazionale) dovrà essere preventivamente approvato dal voto dei lavoratori interessati"? E perché non si potrebbe iniziare l'accordo con un richiamo alla Costituzione? (Per esempio "la Costituzione è legge anche nei posti di lavoro").
Mi accorgo che, così facendo, l'accordo firmato il 28 giugno dovrebbe essere cancellato.
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