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Posina e Laghi, le valli dell'autarchia

Di Luca Matteazzi Giovedi 25 Giugno 2009 alle 10:31 | 0 commenti

Nelle due vallate alpine tra il Pasubio e Tonezza sopravvivono i resti di un mondo in cui di viveva a ritmi lenti, producendo tutto quello di cui si aveva bisogno. Tutto spazzato via dal boom economico

 

In uno dei suoi articoli più celebri, Pier Paolo Pasolini denunciava la scomparsa delle lucciole, metafora della scomparsa dell'Italia contadina e proletaria. Dalle nostre parti le lucciole, cioè i ritmi di una vita scandita dal lavoro nei campi, se ne sono andate nel corso degli anni ’60, spazzate via dal boom economico. Ma ci sono angoli di territorio in cui le tracce di quel mondo arcaico, rimasto immutato per secoli, sono ancora evidenti. Angoli appartati, toccati solo di striscio dalle conseguenze dello "sviluppo"?, dove ancora si indovinano le regole, i valori, le tradizioni di un modo di vivere radicalmente diverso da quello attuale. Come la vallate di Posina e Laghi, due valli chiuse, o quasi (quella di Posina è collegata al Trentino solo dal lungo e accidentato percorso del passo della Borcola), incassate tra i contrafforti del Pasubio e gli altipiani di Tonezza, rimaste praticamente isolate per secoli e non ancora toccate dal turismo di massa. E proprio per questo particolarmente interessanti, ci spiega Liverio Carollo, che quelle zone le percorre in lungo e in largo da più di trent’anni e ci ha dedicato una serie di studi e guide escursionistiche (quella sulla vallata del Posina è alla terza edizione, mentre una nuova edizione del volume sulle contrade di Laghi è in preparazione).

“Lì ogni sentiero è un documento storico – spiega -. Perché seguendo il sentiero si attraversano le contrade, si vedono i resti delle carbonaie, delle calcare, i terrazzamenti, le vanede, le malghe��?. Tutte tracce di civiltà ormai scomparsa, ma che sta attirando l’attenzione di un numero sempre maggiore di persone. “C'è ancora chi va in montagna per perdere peso – scherza Carollo -, cioè solo per fare dell'attività fisica. Ma sempre più spesso la gente chiede di andare oltre: vuole vedere, conoscere, capire��?.

 Le cento contrade

Per l'escursionista curioso le vallate di Posina e Laghi sono una vera miniera. Un libro aperto sul quale leggere le pagine di un passato così vicino eppure così distante. Cominciando, magari, gironzolando tre le decine di contrade di cui è disseminata la zona, e che erano il cuore di tutte le attività. Tutte costruite con uno schema simile ("Avevano sempre tre punti fissi: la corte centrale, il capitello o la cappellina, e la fontana, che erano anche i luoghi di socializzazione. In corte ci si trovava per mangiare, al capitello per pregare, alla fontana per prendere l'acqua o fare il bucato"?), tutte con le case strette le une alle altre. "In queste zone il problema era quello di non sprecare spazio – spiega Carollo -: bisognava spremere la valle come un limone, perché lì si doveva trovare tutto quello che serviva per vivere. Ecco allora le contrade raggruppate, per non togliere spazio ai coltivi, che erano fonte di cibo. E anche per stare uniti di fronte all'ostilità della montagna"?.

 

Lotta all’ultima terrazza

Attorno alle contrade, era tutto un susseguirsi di terrazzamenti, che dal fondovalle si arrampicavano fino ai dirupi delle montagne più alte. "È lo stesso discorso di prima: in quelle vallate si doveva produrre tutto. Credo che solo lo zuccchero e il sale venissero da fuori"?. Era una questione di sopravvivenza: tutto il terreno utile veniva sfruttato, sistematicamente, con un lavorio instancabile per strappare fazzoletti coltivabili al bosco e ricavare piccoli appezzamenti da destinare al grano, al formenton ("Era il grano saraceno, una pianta rustica che cresceva anche senza troppe cure e che dava dei semi scuri da cui si ricavava una farina quasi nera, quella di cui si parla anche nei Promessi sposi, quando si fa riferimento ad una polenta bigia: era bigia perché era fatta col formenton, non con il mais"?, racconta Carollo), alle patate, ai legumi, alle castagne e a quei pochi ortaggi che crescevano su queste pareti scoscese. "Oggi non ci rendiamo più conto di cosa doveva essere questa rete fittissima di terrazzamenti, perché il bosco sta riscoprendo tutto. Ma anche dal punto di vista estetico doveva essere uno spettacolo: pensiamo ad esempio al periodo della trebbiatura, con tutti questi campi dorati che salivano fino in alto"?.

 

Uomini, boschi e malghe

Si sfruttava tutto. Il legname dei boschi che non finiva nei camini o nelle stufe veniva bruciato per ricavare carbone ("Che era una merce di scambio e una fonte di reddito"?) o nelle calcare da cui si otteneva la calcina, il collante che teneva assieme le case in un'epoca in cui il cemento non si usava. "Per questo i boschi erano così puliti: una calcara poteva bruciare anche per quindici giorni, avete idea di quanta legna ci voleva?". L'acqua veniva impiegata per alimentare mulini, segherie, fucine e anche piccole centrali idroelettriche: "Ce n'era una a Laghi, che ha funzionato fino al 1971, quando è arrivata l'Enel. Bastava appena per illuminare le case e le stalle, poi quando sono arrivati frigoriferi e ferri da stiro elettrici non è più stata sufficiente. E il guaio era che c'era più bisogno di corrente in inverno, cioè proprio quando c'era meno acqua". I pascoli più alti erano sfruttati per le malghe, indispensabili per liberare i contadini della valle del peso delle bestie per tre o quattro mesi all'anno. "Così potevano seguire gli altri lavori, e risparmiare fieno per l'inverno. E questo permetteva magari di avere quelle due o tre bestie in più che erano quelle che non ti facevano fare la fame. Per questo i pascoli erano così contesi e ci sono state tutte quelle lotte. Erano vitali".

 

La famiglia allargata

Era un sistema che aveva anche ricadute sociali. Dove la famiglia da sola non bastava, scattavano meccanismi di gestione comunitaria, in cui tutta la contrada lavorava assieme. Il sistema di fili a sbalzo, ad esempio, che consentiva di trasportare il legname e il fieno dalle terrazze più alte fino alle contrade, era spesso gestito in questo modo. "Quando era il momento di fare legname, tutti aiutavano tutti". I piccoli caseifici che costellavano la vallata pure, con le famiglie che si davano il turno in base al numero di vacche possedute. "Per questo erano chiamati caselli turnari, perché si davano i turni in base alle bestie". La manutenzione dei sentieri, indispensabili per garantire il passaggio delle mandrie dirette ai pascoli e delle slitte con il legname anche.

 

Autarchia e povertà

Un piccolo mondo antico e autarchico. Spazzato via dal boom degli anni 60. "Io ho cominciato a frequentare quelle zone nei primi anni '70, e non ho mai visto bambini nelle contrade- ricorda Carollo -. Erano già spopolate. I grandi cambiamenti sono avvenuti negli anni '50. Fino ad allora, io credo che se un contadino dell'anno mille fosse arrivato a Posina, si sarebbe trovato a suo agio: stessi lavori, stesse fatiche, stesse bestie. Dopo è cambiato tutto". Adesso qualcosa viene recuperato, molte contrade sono state restaurate, e dove vent’anni fa c’erano solo rovi e calcinacci ora si trovano case perfettamente risistemate e prati curati. Ma il vecchio sistema economico e sociale che aveva regolato la vita delle vallate è andato perso: calcare, mulini e fili a sbalzo sopravvivono ormai solo come reperto etnografico. "Non dobbiamo dimenticare la povertà pitocca, la fame, le malattie che c'erano. Era una società basata sul sudore e sulla fatica, un popolo di camminatori, dove era normale farsi due ore a piedi per andare al mercato e altre due ore per tornare. Adesso non avrebbe senso, però c'erano anche valori positivi che sono stati travolti, come il valore della sobrietà, la capacità di accontentarsi di poco". Ecco, forse qualcosa da imparare ancora c’è.

Leggi tutti gli articoli su: Posina, Laghi, Montagne, Liverio Carollo

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Giovedi 27 Dicembre 2018 alle 17:38 da Luciano Parolin (Luciano)
In Panettone e ruspe, Comitato Albera al cantiere della Bretella. Rolando: "rispettare il cronoprogramma"
Caro fratuck, conosco molto bene la zona, il percorso della bretella, la situazione dei cittadini, abito in Viale Trento. A partire dal 2003 ho partecipato al Comitato di Maddalene pro bretella, e a riunioni propositive per apportare modifiche al progetto. Numerose mie foto del territorio sono arrivate a Roma, altri miei interventi (non graditi dalla Sx) sono stati pubblicati dal GdV, assieme ad altri come Ciro Asproso, ora favorevole alla bretella. Ho partecipato alla raccolta firme per la chiusura della strada x 5 giorni eseguita dal Sindaco Hullwech per sforamento 180 Micro/g. Pertanto come impegno per la tematica sono apposto con la coscienza. Ora il Progetto è partito, fine! Voglio dire che la nuova Giunta "comunale" non c'entra più. L'opera sarà "malauguratamente" eseguita, ma non con il mio placet. Il Consigliere Comunale dovrebbe capire che la campagna elettorale è finita, con buona pace di tutti. Quello che invece dovrebbe interessare è la proprietà della strada, dall'uscita autostradale Ovest, sino alla Rotatoria dell'Albara, vi sono tre possessori: Autostrade SpA; La Provincia, il Comune. Come la mettiamo per il futuro ? I costi, da 50 sono saliti a 100 milioni di € come dire 20 milioni a KM (!) da non credere. Comunque si farà. Ma nessuno canti Vittoria, anzi meglio non farne un ulteriore fatto "partitico" per questioni elettorali o di seggio. Se mi manda la sua mail, sono disponibile ad inviare i documenti e le foto sopra descritte. Con ossequi, Luciano Parolin [email protected]
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