Piccoli bambini, drammi enormi
Martedi 4 Agosto 2009 alle 08:30 | 0 commenti
Le statistiche dicono che un ragazzo su tre ha subito una qualche forma di violenza. Un problema molto diffuso ma di cui si parla poco. Guerra (Sos Infanzia): "La formazione aiuta ad evitare l'irreparabile"

Bambino (Pink Sherbet)
Dati sfuggenti
A riguardare i dati raccolti quattro anni fa (l'indagine è del 2005), si trova che su poco più di mille intervistati erano in 332 a dichiarare di aver subito violenza. Di questi, 181 parlavano di violenze sessuali di vario tipo, oltre un centinaio di violenze psicologiche e 37 di violenze fisiche. In grande maggioranza (79 per cento), le vittime sono ragazze, e nella quasi totalità dei casi il tutto avviene tra le mura di casa, o comunque in ambito familiare: per quanto riguarda la violenza sessuale, ad esempio, il 63 per cento dei casi è registrato in ambito domestico (e un altro 20 per cento riguarda vicini di casa o amici), e tra i responsabili degli abusi, oltre ai genitori, ci sono spesso zii e cugini. "È così - riprendere il presidente dell'associazione -. E guardi che anche quello che viene messo in circolazione in internet, che oggi sembra il mostro principale, è spesso filmato e realizzato in ambito familiare. Internet è solo un mezzo. Tra l'altro questi problemi, anche per quanto riguarda i casi di violenza sessuale, si riscontrano in tutte le classi sociali, senza troppe differenze in base ai livelli di reddito o di scolarizzazione".
Questo nel 2005; ma il discorso è perfettamente valido ancora oggi. "In questo campo sempre difficile avere dei dati precisi, perché fino a poco tempo fa non c'era nessun monitoraggio - afferma Guerra -. Quello che posso dire, è che mi sembra che finalmente stia maturando una maggior consapevolezza. Non so se siano aumentati gli abusi o no, sono aumentate le denunce, e questo per noi è un elemento positivo. L'informazione, il parlare dell'argomento, è un punto cruciale: ci capita spesso di andare nelle scuole per dei progetti di formazione, e che ci venga detto che dopo gli incontri sono emerse segnalazioni e casi che prima non si conoscevano. Bene, vuol dire che l'informazione serve".
Un problema di cultura
Sul piano culturale, infatti, c'è ancora molto da lavorare. Per sconfiggere i tabù, la vergogna di parlarne, i sensi di colpa ("Molti ragazzini si sentono in qualche modo responsabili di quanto avviene: uno degli aspetti positivi dei processi è proprio che stabilisce chiaramente che loro sono le vittime e altri i colpevoli"). E anche per vincere la tentazione, sempre presente, di banalizzare e sminuire certi episodi. "C'è ancora la tendenza a dire: ‘Ma sì, cosa vuoi che sia, poi crescendo passa tutto'. Invece non è così: i bambini non dimenticano, e crescendo si portano dentro tutto quello che hanno vissuto". Qualcuno potrebbe obiettare che bisogna stare attenti a non confondere lo scapaccione con l'abuso, ma nella maggior parte dei casi il confine è ben netto. "Non scherziamo - ribatte Guerra -. Qua non stiamo parlando dello sculaccione, diciamo così, educativo, o di un genitore che mette in castigo il figlio per qualche marachella. Quando parliamo di violenza fisica abbiamo casi di bruciature sulla pelle con le sigarette, di persone che hanno perso l'udito per le bastonate ricevute o che hanno perso la vista per un pugno in un occhio. E quando parliamo di violenza psicologica ci riferiamo all'umiliazione, alla denigrazione, alla non considerazione delle aspettative del bambino, con scelte che spesso condizionano tutta la sua vita. E di tutte queste cose c'è ancora una profonda riluttanza a parlare, ad affrontarle".
Figli, questi sconosciuti
È un tasto su cui Guerra torna spesso, quello della formazione e della preparazione. "Serve una rivoluzione culturale. Perché in questo campo vale ancora il vecchio detto popolare ‘per carità , non voglio neanche sentirne parlare'. È proprio così: non se ne vuole parlare, che è un modo per rimuovere il problema, per non vederlo". Invece, basterebbe poco, a volte, per evitare che succedano drammi poi difficili da sanare. "Noi non diamo importanza ai nostri figli, non li consideriamo: dobbiamo imparare a cogliere i segnali che ci mandano, a riscoprire la comunicazione con loro. I bambini, di solito, sentono che c'è qualcosa che non va; magari non sanno comunicarlo a parole, ma lo fanno capire. Però dobbiamo essere in grado di leggere questi segnali. Pensiamo anche alla pedofilia: il pedofilo non è il mostro che arriva e rapisce il figlio: no, di solito lo irretisce con garbo, ci mette tempo. Ed è in questo momento che è possibile intervenire prima che avvenga l'irreparabile. Purtroppo, facciamo corsi per imparare la psicologia dei cani, ma spesso non ci preoccupiamo di capire i nostri figli. È questo il problema principale". Genitori avvisati, bimbi salvati, insomma. Almeno si spera.
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