Immigrati: meglio a casa loro
Venerdi 24 Luglio 2009 alle 08:31Coi soldi del Comune, la Caritas aiuta i rimpatri. Un principio da estendere a tutti i poveracci che emigrano. Vittime della nostra colonizzazione economica e culturale
Di recente se n'è occupato anche il Corrierone nazionale, sebbene buttandola un po' a sproposito in politica: l'amministrazione vicentina di centrosinistra dà soldi alla Caritas locale perché aiuti immigrati con particolari problemi a tornare nei paesi d'origine. Come dire: questi veneti, sottopelle, sono leghisti anche quando in tasca hanno la tessera del Pd. Per la verità , i 50 mila euro annui che il Comune gira all'organizzazione cattolica guidata a Vicenza da don Giovanni Sandonà sono frutto di una decisione presa dalla passata giunta di centrodestra nel 2004. Da allora ad oggi, sono stati 75 le persone (15 ogni anno) che hanno usufruito del programma di assistenza economica e logistica che li segue passo passo fino ad una nuova sistemazione in patria. Di varia nazionalità , sono tutti soggetti con difficoltà gravi: dall'alcolismo, alla droga, a turbe psichiche. Gente che non riusciva a procurarsi una vita decente, riducendosi all'accattonaggio e cercando rifugio nei ricoveri della Caritas.
Progresso?
Iniziativa benemerita, perché porta in germe il principio di fondo che dovrebbe ispirare una sana gestione dell'immigrazione: il rimpatrio. Sgombriamo subito il campo da equivoci: non ce l'abbiamo con gli stranieri, il razzismo non è nel nostro dna. Ce l'abbiamo con lo sradicamento, l'impoverimento e la distruzione di società , costumi e modi di vita che la globalizzazione ha prodotto nel cosiddetto Terzo Mondo. L'Occidente, che tutto vuole omologare a sé allo scopo di razziare risorse naturali e assicurarsi sempre nuovi mercati di consumo, è la causa prima dell'epocale esodo di masse di diseredati abbagliati dal miraggio del nostro benessere materiale. Il vecchio colonialismo, praticato sulla punta delle baionette, si limitava al saccheggio di materie prime. Per il resto, in Africa e Asia le potenze coloniali europee lasciavano intatto l'habitat umano, sociale ed economico delle popolazioni assogettate, considerate "primitive". A parte i soliti preti col vangelo in mano, esse continuavano a vivere in santa pace secondo ritmi millenari, campando benissimo grazie ad un'economia di autoproduzione e autoconsumo, mantenendo i propri usi e le proprie tradizioni. Non erano "poveri", primo perché vivevano del loro e sul loro e di bambini denutriti con le mosche sulla faccia non ce n'era l'ombra. E poi perché la povertà è un concetto introdotto da noi occidentali nel Novecento, quando siamo passati al nuovo colonialismo. Il quale, invece di restare politico e militare, ha concesso l'indipendenza agli Stati da loro stessi creati con riga e compasso, sostituendo l'occupazione classica con quella, più subdola e devastante, dell'invasione dei nostri prodotti e dei nostri consumi. In una parola, del nostro sistema di vita. Col bel risultato che ora si sentono le pestifere Ong sostenere la necessità che anche un bravo Boscimano debba possedere un computer e l'allacciamento a internet per non restare tagliato fuori dal "progresso". Non gli passa neanche per l'anticamera del cervello, a questi missionari rompiscatole, laici o no che siano, che quelle poche comunità native non ancora spazzate via dalla loro invadente carità stavano sicuramente meglio quando stavano "peggio".
Incubo
Ma ormai la frittata è fatta. E le dimensioni del disastro sono tali da non permettere un dietrofront pianificato a tavolino. Le politiche per l'immigrazione messa in campo da noi ricchi sono deboli argini che crollano inesorabilmente all'urto di centinaia di migliaia di poveracci che ogni anno si ammassano ai nostri confini. Le quote, i controlli costieri, i protocolli internazionali: tutti palliativi e mezze misure, il trend è inarrestabile. E così dev'essere, perché fa gioco all'industria che può calmierare i salari, alla politica che può lucrarci consensi giocando a chi fa il duro o chi fa il buono, e soprattutto conviene alla logica del mercato globale perché interconnette sempre più le aree del pianeta, con un immigrato di qua e la famiglia di là . E' il sogno del melting pot universale, dove tutti gli uomini sono cittadini del mondo, ma di un mondo in cui le differenze sono abolite e siamo tutti uguali di fronte alla Virgin o alla Coca Cola. Un'ammucchiata da incubo che fa sfregare le mani alle multinazionali. Ma fa pagare un prezzo altissimo all'umanità , livellata a target unico mondiale senza storia, senza passato, senza cultura: un nulla indistinto in cui per esistere devi arrivare ad ottenere, a tutti i costi, il tenore di vita dei più ricchi. Un obbiettivo che se fosse raggiunto, con sei miliardi di individui presenti sulla Terra, farebbe precipitare il collasso ecologico a cui siamo già avviati.
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I colpevoli
I colpevoli a monte siamo noi, noi colonizzatori che poi raccogliamo fondi per combattere la fame dei "meno fortunati". Siamo stati noi a volerli convertire, a corrompere col nostro stile di vita e la nostra mentalità da predoni le classi dirigenti locali. Siamo noi che infestiamo i loro paesi coi nostri cellulari, i nostri hamburger, i nostri elettrodomestici, i nostri vestiti e tutta la paccottiglia usa e getta che svetta in imponenti discariche in mezzo a cui grufolano quei poveri bambini che in tv ci fanno tanta pena. Siamo noi i responsabili di quel genocidio culturale che accomuna la corporation che saccheggia e schiavizza al volontario che fonda scuole e ospedali per diffondere il nostro credo e combattere le nostre malattie (l'Aids, che miete milioni di vittime in Africa, lo abbiamo importato noi). Perciò non dobbiamo scandalizzarci se poi vengono a bussare alla nostra porta per chiederci il conto. Ce lo meritiamo, ed è sommamente ipocrita e vile farne dei capri espiatori per difendere quel poco di presunto benessere a cui siamo attaccati come donnette isteriche. Tanto più che siamo riusciti a far divenire tali anche uomini tutti d'un pezzo come gli africani dalla pelle d'ebano o gli indiani dalla mistica saggezza. Popoli che fino a mezzo secolo fa erano ancora liberi e ancorati alla propria identità . Quella che gli immigrati di oggi, che non vedono l'ora di essere come noi, hanno perduto. Ecco perché va visto con favore ogni residua resistenza, da parte loro, di conservare almeno la propria fede religiosa, come l'Islam, ultimo retaggio che li differenzia dal vuoto occidentale.
L'immigrazione è figlia della globalizzazione, a sua volta prodotta dal sistema industriale e finanziario occidentale che deve continuamente espandersi e crescere se non vuole crollare su sé stesso. La vera svolta al "problema immigrazione" verrà soltanto quando la bolla mondiale della crescita economica imploderà una volta per tutte vanificando il mito della ricchezza a qualsiasi costo. Forse la prossima crisi globale, che avendo accumulato i debiti dell'ultima sarà ancora più grossa e distruttiva, sarà quella decisiva. Quella che ci salverà .
Alessio Mannino
Continua a leggereAlta velocità, una vittoria solo per le mafie
Giovedi 23 Luglio 2009 alle 15:29Sulla costruzione della Tav tra Milano e Trieste si raccontano molte bugie. E dietro la questione degli appalti pubblici si nasconde il grande problema dei rapporti, sempre più stretti, tra mafia e potere
di Francesco Di Bartolo
A fine giugno abbiamo appreso la verità : niente più Alta Velocità , niente più linea Milano -Trieste. Anche l'ultimo accorato appello del presidente dell'Associazioni Industriali di Vicenza, Roberto Zuccato, al premier Berlusconi è caduto nel vuoto. Il Cipe (il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), come abbiamo appreso, ha assegnato denaro a palate al Sud. Sgomento tra le categorie economiche: il Veneto, mitica locomotiva del Nordest, non conta nulla. I ministri veneti sono stati incapaci di difendere gli interessi nostrani. Ma ecco che con non lieve disinvoltura i ministri Sacconi e Brunetta, passata la bufera, tornano a promettere: "si sta progettando il tratto definitivo della Verona-Padova". Esultano i leghisti: "importante vittoria per la terra veneta" (Paolo Franco). Vittoria? Ma di che? Per rendersi conto della bufala propinata agli ignari veneti basti osservare che nessuno, ripeto nessuno, ha deciso nulla sull'Alta Velocità nel Nordest. L'allegato al Documento di programmazione economica e finanziaria approvato dal Consiglio dei Ministro il 15 luglio scorso contiene tante cose, alcune di immediata realizzazione, altre vaghe e fumose come da libro dei sogni. Infatti, ciò che contano sono le "priorità " che, secondo il ministro delle Infrastrutture Matteoli, sono queste: "L'Allegato Infrastrutture dedica ampia attenzione all'emergenza Abruzzo, ponendola all'interno del documento con l'elencazione degli interventi essenziali, all'Expo 2015, al Mezzogiorno formulando un'interessante proposta gestionale identificata in 5 interventi mirati ( 1) Ponte di Messina e asse ferroviario Napoli-Bari, 2) adeguamento ferroviario Battipaglia-Reggio Calabria, 3) collegamento veloce Palermo-Catania, 4) hub portuali di Augusta, Taranto e Brindisi, 5) collegamento funzionale della Carlo Felice in Sardegna), alla portualità , alla sicurezza stradale, al piano energetico nazionale, al controllo del territorio per evitare eventi malavitosi in relazione alla realizzazione delle opere pubbliche, alla costruzione dei nuovi valichi del Frejus e del Brennero". Dichiarazioni completamente diverse da quelle dei garruli ministri veneti.
La sconfitta
Inutile negarlo: si tratta di una clamorosa sconfitta che si cerca di far passare come una vittoria. Infatti, l'Allegato approvato il 15 luglio non poteva contraddire quanto aveva deciso il CIPE nel giugno scorso: niente Alta Velocità nel Nordest. La verità è che 15 anni di discussioni sull'Alta Velocità erano già stati cancellati in pochi minuti nella sede del Cipe, nel giugno scorso. E pensare che nel CIPE, organismo interministeriale, siede anche un ministro veneto, Luca Zaia, che pare non abbia detto una parola. Il vero vincitore nel Cipe è Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario del Cipe medesimo. Esulta il governatore siciliano Raffaele Lombardo che, a giugno, era a Roma per perorare la causa. Tornato nell'isola con le tasche piene di quattrini, ha completato la formazione della Giunta inserendo altri tre assessori, tutti del Pdl, molto legati al trio Miccichè-Alfano-Schifani. Lombardo così ha potuto scaricare gli odiati rivali dell'Udc che sono andati all'opposizione. Gianfranco Miccichè gongola: non fa mistero di voler creare all'interno del Pdl un partito meridionalista sull'esempio del partito bavarese.
E così sono stati destinati, tra l'altro, finanziamenti per l'autostrada Salerno Reggio Calabria (che pur partita dodici anni fa, con l'attuale ritmo di "avanzamento" dei lavori si prevede che verrà completata nel 2036...!), per il famoso ponte sullo stretto di Messina, per l'autostrada Caltanissetta Agrigento, per l'area metropolitana campana. Si ricorderà che in Sicilia la Casa delle Libertà alle ultime elezioni politiche ha ricevuto un plebiscito. Il primo atto del governo, ancora prima di ricevere la fiducia, era stato l´annuncio, nel maggio del 2008, della ripresa dei lavori per il ponte sullo stretto. «Un favore dovuto a mafia e ´ndrangheta» ebbe a commentare il professor Giovanni Sartori.
Il sistema mafia
Nel precedente governo Berlusconi aveva suscitato scalpore l'affermazione dell'allora ministro delle infrastrutture Lunardi sulla necessità di «convivere con la mafia». Adesso, invece, tutti se la ridono. La mafia è sopravvissuta in Italia a ogni cambio di regime, dal Risorgimento al fascismo, dalla prima alla seconda Repubblica. Le mafie hanno un fatturato annuo di 70 miliardi di euro, il 7 per cento del Pil, equivalente di tre o quattro finanziarie, controllano militarmente tre regioni, possiedono pezzi di economia del Nord e immense proprietà immobiliari a Milano, Torino, nel Veneto, in Liguria, in Valle d´Aosta. La mafia non è rappresentata solamente dalle facce terribili dei Riina, Bagarella, Provenzano. Il fatto è che il sistema mafioso è diventato il metodo del potere delle classi dirigenti, come si evince da ogni intercettazione pubblicata, ma anche il modello di grandi pezzi di borghesia media e piccola. Per questo si sta cercando di impedire ai magistrati di indagare utilizzando lo strumento delle intercettazioni.
Certe classi dirigenti sono state capaci di rovesciare il rapporto fra guardie e ladri davanti all´opinione pubblica, di negare la criminalità delle classi dirigenti attraverso il suo esatto contrario: la questione giudiziaria, l´eccesso di protagonismo delle procure.
I nuovi affari
Roberto Scarpinato, magistrato siciliano ormai estromesso dal pool antimafia, è stato uno degli allievi più acuti di Giovanni Falcone. Nel suo libro intervista con un grande cronista di mafia, Saverio Lodato, Scarpinato parte dalla lezione del suo maestro per leggere tutto quanto è accaduto nel sistema di potere italiano dopo le stragi di Capaci e via D´Amelio, ma anche prima. Il titolo del libro fa riferimento all´uso della violenza da parte delle classi dirigenti per dirimere questioni politiche. Un uso teorizzato per primo da Machiavelli allo scopo di unificare il Paese, com´è stato del resto in quasi tutti i processi di nascita degli stati nazionali. Ma che in Italia è diventato «il» metodo eterno di gestione della cosa pubblica.
Scarpinato cita fonti, lascia parlare i fatti. Fatti dai quali emerge la grande voracità delle mafie di denaro pubblico. Dopo l´ingresso dell'Italia in Maastricht, i boss e i comandanti in capo sono i primi a capire che il freno all´espansione del debito pubblico stravolgerà il mercato degli appalti, e si buttano anima e corpo sui due nuovi affari. La sanità pubblica, che continua a spendere e spesso a sprecare novanta miliardi di euro all´anno, con una crescente quota di regali clientelari alla sanità privata. E i fondi europei, che altrove, come in Spagna e in Irlanda, sono serviti a porre le basi di un boom economico, mentre da noi si sono tradotti in un boom di appalti criminali, senza alcuno sviluppo.
Il Principe e gli anticorpi
Le conclusioni di Scarpinato sono all´apparenza di totale disperazione. Con qualche lievissimo tocco di ottimismo sullo sfondo, più che altro riferito al vincolo esterno dell´Europa. Quasi l´Italia da sola non sia geneticamente capace di ribellarsi alla malavita delle classi dirigenti. In realtà , è già accaduto in passato. Le stragi di Falcone e Borsellino nell´estate del ´92 hanno evocato per la prima volta forse nella storia d´Italia la nascita di un´opinione pubblica democratica in grado di voltare pagina. Senza la ribellione morale contro quelle stragi e la loro coda di bombe del ´93, non sarebbero stati possibili lo sviluppo di Mani Pulite, la scomparsa dei partiti della prima Repubblica, la fine della lunga stagione stragista cominciata nel dopoguerra a Portella della Ginestra e proseguita con una scia di sangue da Piazza Fontana in poi. Per quindici anni la reazione dell´opinione pubblica a Capaci e via D´Amelio ha immesso nella fragile democrazia italiana gli anticorpi necessari a resistere al ritorno del Principe, ovvero all´instaurarsi di un regime criminale legalizzato e anzi costituzionalizzato.
Paradossalmente verrebbe da dire che è un bene che l'Alta Velocità non si realizzerà in Veneto: segno che in questa regione la mafia non ha messo radici. Ovviamente è un paradosso. Resta l'amarezza della sconfitta della politica: la politica non è capace di decidere le priorità , la politica non ritiene prioritaria un particolare infrastruttura per il Nordest. La politica non sa ascoltare il territorio. Nelle stanze romane prevalgono ben altri interessi.
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Lettera aperta al Presidente Napolitano
Mercoledi 22 Luglio 2009 alle 20:02non firmate quel Pacchetto
Lettera aperta al Presidente della Repubblica sulle nuove norme in materia di Sicurezza. E sulla marea di intolleranza che sta crescendo nel nostro paese
Caro Signor Presidente,
da molti anni ricevo con una certa regolarità le visite di A.A., un ragazzo africano (ha poco più di quarant'anni, e a me che ne ho quasi sessanta sembra proprio un ragazzo), che lavora nella mia zona come corriere per uno spedizioniere, e che dunque si trova a consegnarmi tutti i pacchi che spesso ricevo. Chiacchiera dopo chiacchiera, un po' ci siamo conosciuti, in questi anni, qualcosa ci siamo raccontati, un giorno perfino ci siamo trovati seduti nella stessa sala d'aspetto dell'Ospedale (lui è diabetico), dove avevo accompagnato mia madre.
Oggi ha suonato alla porta alle una. Mia moglie aveva appena messo in tavola il pranzo, e la casa era tutta un profumo di cose buone. E' stato naturale dirgli: "Se non sei troppo di corsa, fermati a mangiare". "Sì - mi ha risposto - aspetta che vado a chiamare il bambino". Sul momento non ho capito cosa intendesse, ma subito è rispuntato da dietro l'angolo col figlioletto di sei anni, che oggi l'aveva accompagnato al lavoro. Ci siamo seduti a mangiare, e subito ci ha confortato la constatazione che almeno i bambini, bianchi, neri o gialli che siano, sono davvero tutti uguali: "La scuola fa schifo!" ha sentenziato il piccolo B., rituffandosi subito nella pastasciutta che ci aveva chiesto (casualmente, proprio oggi mia moglie aveva messo in tavola del couscous, ma B. ha detto che non gli piace).
Abbiamo cominciato a mangiare, mentre A.A. ci raccontava della sua infanzia al villaggio, di come "là non si compra niente: ti serve la carne e vai a caccia, la verdura la raccogli, e non si butta via niente, si cerca di far durare la roba il più possibile", della sua prima migrazione nella capitale, un lavoro in fabbrica, la fabbrica che chiude, il grande salto verso l'Europa. "Eppure non è stato negativo: si imparano tante cose". Ci ha raccontato delle guerre del suo continente, della corruzione endemica dei politici, della miseria delle campagne. Ci ha raccontato della sua vita qui, del suo lavoro che mantiene tutta la famiglia e paga perfino un mutuo per la casa, delle difficoltà e degli alti costi per tornare molto raramente in patria. "La crisi ha colpito anche noi: siamo ostaggi del sistema" ci ha detto, con una sintesi che ci ha lasciato di sasso per la sua essenzialità . Ci siamo salutati dandoci appuntamento ad agosto: B., per la prossima volta ci ha chiesto la pasta coi gamberetti, noi vorremmo assaggiare la polenta di miglio di sua moglie, col sugo di pesce.
Tutta qua la mia giornata, Signor Presidente. Mangiavo, parlavo, ascoltavo e pensavo. Pensavo che ieri un altro A.A. è stato inseguito e bastonato per le strade di Roma, al grido di: "Sporco negro, tornatene", e di come poi il Sindaco di Roma abbia stigmatizzato l'episodio e si sia stupito dell'ondata di xenofobia che sta spazzando la capitale. Mi son chiesto se ad A.A. non sia mai capitato qualcosa di simile, suonando qualche campanello per consegnare un pacco: una faccia nera fa sempre paura. Mi son chiesto cosa prova al mattino, mandando a scuola i suoi figli, e se mai sono stati insultati in questo senso dai compagni: io insegno alle elementari, e so che succede.
Mi son guardato dentro, e attorno, e mi sono vergognato. Mi son vergognato di vivere in un Paese in cui nuove Leggi Razziali stanno per trasformare in nemici, alieni e criminali non il mio amico A.A. - ormai sul punto di ottenere la cittadinanza - ma tantissimi come lui. Mi sono vergognato di vivere in un Paese che disprezza proprio chi ci ha sostituito nei lavori che noi non vogliamo più fare e che se non altro per quello dovremmo rispettare, se proprio vogliamo dimenticarci dell'umanità . Soprattutto, mi sono vergognato di vivere in un Paese che sta per ufficializzare per legge lo sconcio del rifiuto dell'incontro con altre culture, altre esperienze, altre sensibilità , altre vite. Un Paese che ha dimenticato di esser nato dall'incrociarsi e sovrapporsi di innumerevoli popoli, etnie, e culture, e che oggi s'inventa assurde e folli purezze etniche, e criminogene identità tra stranieri e delinquenza.
Lei può fare qualcosa contro di ciò, Signor Presidente. Può non ratificare le misure razziste ed anticostituzionali contenute nel cosiddetto Pacchetto Sicurezza; può rinviare alle Camere quel provvedimento, chiedendone la modifica, perché in gran parte palesemente incompatibile con la Costituzione Italiana e con le norme del diritto internazionale. Lei può farlo, Signor Presidente, perché in suo potere, ma soprattutto perché - moltissimi nel nostro Paese ne sono convinti - rappresentante di quell'Italia ancora democratica e giusta, che ancora non si è arresa alla resistibile marea del razzismo, dell'intolleranza e della pura e semplice cattiveria.
Giuliano Corà , Insegnante Elementare - Barbarano (VI)
Parole al vento, caro Giuliano. Purtroppo
Parla Giovanni Diamanti
Lunedi 20 Luglio 2009 alle 08:14Creatività e sostegni anti crisi
Quattro spunti per ViLab
di Giovanni Diamanti (Consigliere Comunale)
Le politiche giovanili in questa città sono sempre state evanescenti. Si è parlato molto di centri giovanili e spazi per i ragazzi, ma dopo anni e anni ancora non si è visto nulla. Si è parlato molto di creatività , ma spesso in senso negativo. Si è parlato molto di partecipazione, ma le scelte sono sempre state calate dall'alto. Finalmente c'è stata un'inversione di rotta. ViLab, il tavolo permanente sulle politiche giovanili fortemente voluto dall'assessore Moretti, si inserisce in questo contesto con l'ambizione di colmare queste tre grandi lacune per i giovani vicentini: è un tavolo al quale partecipano esponenti di ogni forza politica e associativa giovanile, rappresentanti degli studenti e della consulta. Attraverso la partecipazione di questi giovani alle scelte dell'amministrazione si deciderà , assieme, come colmare i vuoti che riguardano l'espressione della creatività , la gestione degli spazi e i sostegni, economici e sociali, verso i giovani.
Personalmente, posso dire di avere le idee piuttosto chiare sui progetti che presenterò a ViLab.
Anzitutto, per quel che riguarda gli spazi, prima ancora di costruire il grande centro giovanile di cui si è parlato molto in campagna elettorale e che deve essere creato, penso ai centri già esistenti a Vicenza. Il Centro Tecchio e l'Aster 3. Questi centri vanno potenziati, sostenuti, devono avere maggiori risorse e maggiori contatti con l'amministrazione. Svolgono un'attività importante non solo dal punto di vista della creatività , ma anche dal punto di vista dell'aiuto e del sostegno ai giovani in difficoltà , e l'Amministrazione deve sostenerli con tutte le proprie forze.
Penso poi ad una grande "Festa della Creatività " di respiro internazionale nella nostra città , con artisti di strada in tutte le vie di Vicenza, musica di ogni genere in tutte le piazze e nei locali, concorsi di writers per dare colore ai muri grigi e tristi nelle periferie, contest di freestyle e gare di skate per i ragazzi. Una festa che ravvivi la città . Anzi, che contribuisca a ravvivare la città . Per ravvivarla ci vuole molto altro: eventi costanti di carattere ludico, culturale e musicale in ogni quartiere, musica nei locali, spettacoli non solo per i giovani ma per persone di tutte le età . La nostra Amministrazione si sta già impegnando in questa direzione, adesso deve continuare a farlo.
Inoltre, ritengo siano necessarie maggiori agevolazioni economiche verso i giovani, dall'accesso alla casa, al microcredito: dobbiamo aiutare i ragazzi vicentini che vogliono rendersi autonomi economicamente in questo momento di crisi.
Infine, una rete di trasporti a prezzi agevolati verso i giovani per le notti dei week end, per prevenire incidenti ed aumentare la sicurezza nelle strade, senza i soliti fallimentari proibizionismi e senza falsi buonismi. Ci sono già vari progetti in questa direzione, dobbiamo concretizzarli.
Creatività , attenzione alle difficoltà economiche e sociali dei giovani, partecipazione dei ragazzi alle scelte sul futuro di Vicenza, spazi dove ritrovarsi e divertirsi: il mio impegno, a ViLab ed in consiglio comunale, sarà su questi temi.
Giovanni Diamanti
Consigliere comunale
La tavola dei giovani
Lunedi 20 Luglio 2009 alle 08:13L'assessorato alle politiche giovanili lancia ViLab, la consulta dei giovani. Dal centro sociale ("Potrebbe anche non servire") alla mobilità ("Dateci gli autobus per la discoteca"), ecco la voce dei ragazzi
Bus a prezzi scontati per andare in discoteca senza rischiare la patente e la vita, futuro centro giovanile (attenzione, non chiamatelo centro sociale!), tornei di calcetto all'ombra della Basilica e feste d'istituto nel nuovo teatro. Alcune sono proposte già discusse e quasi pronte, altre sono solo idee appena abbozzate. Di certo c'è che ViLab, il nuovo tavolo di lavoro promosso dall'assessorato alle politiche giovanili, in appena un paio di mesi di attività ha già cominciato a mettere un bel po' di carne al fuoco.
L'iniziativa, partita da un'idea dell'assessore Alessandra Moretti, raccoglie una ventina di rappresentati del mondo giovanile vicentino. C'è chi viene dal mondo della politica e dei partiti (Sinistra Democratica, il Pd, il Pdl, la Lega Nord, l'Italia dei Valori, le civiche come Vicenza Capoluogo e la lista Variati), c'è chi porta la voce delle associazioni e delle cooperative - ArciRagazzi, Scout, Associazione Noi (quella che gestisce gli oratori), cooperativa il Mosaico, i gruppi delle feste rock, Aster3, le associazioni dei migranti - e c'è chi viene dall'esperienza della scuola, come i rappresentanti degli studenti delle superiori e dell'università .
Il Dal Molin e l'inversione di rotta
Sabato 18 Luglio 2009 alle 12:01Dell'appello lanciato dal nostro redattore Alessio Mannino e dal giornalista e blogger freelance Marco Milioni condivido molti punti. Soprattutto ne condivido l'impostazione di fondo: la costruzione della nuova base è figlia di un sistema economico e sociale basato su consumismo esasperato e su produzione spinta all'eccesso e sostenuta (anche) a forza di bombe. E il no al Dal Molin è quindi un no di principio, non monetizzabile e non compensabile (anche se chi amministra ha il dovere di cercare di trarre il massimo per la comunità anche nelle situazioni peggiori).
Se però l'appello firmato da Alifuoco, Giulianati e Figoli volava troppo basso - il bosco urbano, la base per la protezione civile, l'eliporto, gli scambi culturali -, quello lanciato da Mannino e Milioni pecca forse dal lato opposto. Fa un'analisi complessiva del sistema che porta al raddoppio della Ederle, ma lascia Vicenza sullo sfondo, senza mettere sul piatto proposte concrete. Comprensibile, visto che l'intento era quello di ribadire la contrarietà di principio alla nuova base Americana, una contrarietà che esclude in partenza l'idea stessa delle "compensazioni".
Ma se il caso Dal Molin vuole diventare la base per un ripensamento del nostro modello di vita, è necessario cominciare a ragionare anche su scelte che tocchino da vicino la città . Io ne suggerisco tre, senza pretesa che siano le migliori, le più importanti o le uniche.
- Il territorio. Il caso Dal Molin è l'ennesimo esempio di abuso del territorio. Lo abbiamo scritto e documentato più volte: nel Vicentino, come in tutto il Veneto, si è costruito molto, anzi troppo, e molto spesso in modo dissennato. Ci sono più case di quelle che servono, più capannoni di quelli che vengono utilizzati, e nonostante questo si continuano a progettare nuovi insediamenti. È ora di dire basta, e di ragionare intorno a limiti seri e rigorosi al consumo di suolo e alle nuove edificazioni, in tutte le fasi della pianificazione, dalla Regione in giù.
- La mobilità . Insieme a quello del Dal Molin viene portato avanti il progetto della tangenziale nord. Sottointeso: per assorbire un volume di traffico che continuerà ad aumentare. Vero, ma il problema non dovrebbe essere quello di reggere un traffico sempre più caotico e convulso, quanto quello di cominciare a diminuire il numero di auto in circolazione. L'auto è una gran comodità , nessuno lo discute, ma se la si guarda da un punto di vista collettivo è un disastro, con costi ambientali, sociali ed economici enormi. Io credo che l'idea di una città senza auto, o in cui l'uso dell'auto sia davvero ridotto al minimo, non sia un'utopia, e che il risultato sarebbe una città in cui si vivrebbe meglio. E in cui, forse, si potrebbe fare a meno di opere costosissime e dall'impatto enorme.
- La partecipazione. La nostra democrazia è sempre più formale, e il Dal Molin ne è un caso esemplare. Un governo nazionale può imporsi sulle comunità locali, ma dovrebbe almeno avere la decenza di spiegare, motivare e illustrare nei minimi dettagli quello che ha intenzione di fare. Tutte cose che con la Ederle2 sono mancate completamente. Invece la partecipazione e la condivisione delle scelte, dovrebbe essere uno dei cardini della vita amministrativa, anche qui, a tutti i livelli.
Idee troppo generali? Forse sì. Ma sono solo un punto di partenza. E in ogni caso me la cavo citando un autore apprezzato anche da Mannino e Milioni. "I compromessi possibili sugli strumenti della transizione non devono far perdere di vista gli obiettivi sui quali non si può transigere - scrive Serge Latouche in uno dei suoi ultimi libri -. Si possono immaginare diversi scenari di transizione dolce. L'importante comunque rimane il cambiamento radicale di rotta". Possiamo discutere sul come, ma cominciamo ad invertire la rotta.
Appello alla dignità di Vicenza
Sabato 18 Luglio 2009 alle 11:58Dopo quello di Alifuoco-Giulianati-Figoli (pubblicato sul GdV e sulla Domenica dell'11 luglio), ecco un contro-patto da sottoscrivere per smascherare le falsità sul No al Dal Molin. E ragionare per fare della battaglia sulla Ederle 2 una prospettiva per il futuro
La lotta è la vita stessa, diceva Eraclito. Quella che negli ultimi anni ha animato Vicenza contro il diktat di Roma, che per compiacere l'alleato-padrone Usa ha avallato la costruzione di una nuova base americana, è stata una battaglia di civiltà . Perché investe tre princìpi cardine: l'autodeterminazione popolare, la coerenza con le regole della democrazia e soprattutto il rispetto per sé stessi, la dignità . Il no al Dal Molin a stelle e strisce è un no nobile e ideale perché giusto per principio. E i princìpi non hanno prezzo, né ammettono contropartite. L'uomo moderno venderebbe anche la madre (la terra su cui è nato o grazie alla quale vive) pur di farci quattrini. L'occidentale, l'italiano, il vicentino che vive all'insegna del motto "lavora, consuma, crepa" è uno straccione pronto a contrattare qualsiasi cosa, anche la dignità , per arricchirsi e rannicchiarsi nel quieto vivere. Deride gli ideali chiamandoli ideologie, bolla le idee non conformi come violente, chiama "pacificazione" il mettere la mordacchia allo scontro d'idee, sale della democrazia.
Continua a leggereLa libertà non ha prezzo
Sabato 18 Luglio 2009 alle 11:32Pubblichiamo un esempio di cosa intendiamo noi di VicenzaPiù (il n. 158 è da sabato in edicola e poi da domenica, come sempre, scaricabile in pdf da questo sito e in distribuzione free in centinaia di bar e luoghi pubblici di Vicenza) per giornalismo democratico e libero: l'opinione a due mani di Alessio Mannino, redattore di VicenzaPiù, e di Marco Milioni, blogger free lance, e, insieme, la riflessione dialettica di Luca Matteazzi, direttore di VicenzaPiù, su quanto da loro scritto.
A voi la discussione e gli eventuali commenti, per cui lasceremo in prima per vari giorni questo pezzo doppio e aggiorneremo il resto nelle altre sezioni quotidianamente.
Appello alla dignità di Vicenza
di Alessio Mannino, redattore di VicenzaPiù, e Marco Milioni, blogger free lance
Dopo quello di Alifuoco-Giulianati-Figoli (pubblicato sul GdV e sulla Domenica dell'11 luglio), ecco un contro-patto da sottoscrivere per smascherare le falsità sul No al Dal Molin. E ragionare per fare della battaglia sulla Ederle 2 una prospettiva per il futuro
La lotta è la vita stessa, diceva Eraclito. Quella che negli ultimi anni ha animato Vicenza contro il diktat di Roma, che per compiacere l'alleato-padrone Usa ha avallato la costruzione di una nuova base americana, è stata una battaglia di civiltà . Perché investe tre princìpi cardine: l'autodeterminazione popolare, la coerenza con le regole della democrazia e soprattutto il rispetto per sé stessi, la dignità . Il no al Dal Molin a stelle e strisce è un no nobile e ideale perché giusto per principio. E i princìpi non hanno prezzo, né ammettono contropartite. L'uomo moderno venderebbe anche la madre (la terra su cui è nato o grazie alla quale vive) pur di farci quattrini. L'occidentale, l'italiano, il vicentino che vive all'insegna del motto "lavora, consuma, crepa" è uno straccione pronto a contrattare qualsiasi cosa, anche la dignità , per arricchirsi e rannicchiarsi nel quieto vivere. Deride gli ideali chiamandoli ideologie, bolla le idee non conformi come violente, chiama "pacificazione" il mettere la mordacchia allo scontro d'idee, sale della democrazia.
Continua a leggereDalla parte degli immigrati: "Noi, cittadini e clandestini"
Mercoledi 15 Luglio 2009 alle 08:12Il nuovo pacchetto sicurezza sta seminando paure tra le migliaia di immigrati presenti nel vicentino. E, alla faccia dei proclami ufficiali, rischia di alimentare nuovi circuiti illegali
"Guarda qua: queste sono le carte di un ragazzo del Burkina Faso. Ha lavorato per cinque anni in una ditta, e l'hanno tenuto sempre come apprendista: adesso, con il fatto che c'è la crisi, non gli hanno rinnovato il contratto, e l'Inps non gli dà il sussidio di disoccupazione. In più c'è il problema del permesso di soggiorno. È disperato". Ousmane Condé, il presidente dell'unione degli immigrati, il tavolo che riunisce molte delle associazioni di migranti presenti nel vicentino, è un punto di riferimento per moltissimi stranieri venuti a vivere e a lavorare dalle nostre parti. E in questi giorni sta seguendo da vicino la preoccupazione e la paura provocate dall'approvazione del nuovo pacchetto sicurezza. L'introduzione del reato di clandestinità , il permesso di soggiorno a punti, le norme più restrittive per il riconoscimento dei minori stanno mettendo in crisi migliaia di persone già toccate duramente dalla frenata dell'economia, con effetti che saranno tutti da valutare.
Ciacole: Giochi proibiti
Martedi 14 Luglio 2009 alle 14:35Il sogno erotico di ogni moralista è vietare l'erotismo altrui. Ora, che sia davvero erotico quell'Erotica salvato dal Tar contro il no del Comune di Venezia, porno-americanata che rimanda alla sensualità e alla trasgressione quanto una fiera di cavalli, possono crederci le torme di giovinastri sporcaccioni ma innocui che vi accorrono, come è avvenuto a Milano qualche mese fa per il Misex (500 mila visitatori). Detto questo, un divieto che sa tanto di buoncostume anni '50 non ce lo saremmo aspettato, da un sindaco come Massimo Cacciari che un po' su tutto discetta con la posa dello spirito libero. La motivazione era comica: il luogo prescelto, fra zona industriale e centro abitato di Mestre, già battuta dal fiorente commercio delle prostitute di strada non sarebbe adatto in quanto «spettacoli di erotismo por¬terebbero alla rimozione di freni inibitori» (sic).
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