Quasi quasi ci vorrebbe un Fuffas...
Venerdi 3 Luglio 2009 alle 08:25 | 0 commenti
Roca, presidente uscente dei Giovani Architetti, dice la sua sul mancato ricambio generazionale in città . E propone idee su come migliorarne l'aspetto urbanistico ripartendo dal vero Palladio
Ci confida divertito e autoironico: «Sì, architetti come il Fuffas di Crozza esistono. E fra noi colleghi ci passiamo spesso i video geniali di Fuffas». Fuffas, storpiatura del nome dell'archistar di sinistra Massimiliano Fuksas, è il progettista megalomane e vacuo con cui il comico Crozza mette alla berlina la categoria cui appartiene Giovanni Roca, laureato a pieni voti a Venezia con tesi sull'Olivetti (inteso come universo urbanistico ma anche sociale, politico, filosofico: il "Museo.O"), tecnico del dipartimento Territorio del Comune. E presidente uscente di Vaga, l'associazione dei giovani architetti vicentini (il suo mandato, il secondo, scade la settimana prossima). Ma soprattutto protagonista della bella provocazione di qualche tempo fa, con tanto di manifesti sparsi per la città , denominata "Contro Palladio". Siamo andati a stanarlo a casa sua, in viale Milano, per dar conto dell'esistenza di uno dei pochi giovani con la voglia di rompere l'immobilismo che attanaglia Vicenza - un paese che di recente abbiamo ribattezzato, con tutta evidenza, "per vecchi".
Occasione persa
«Non sono vicentino e di questo non mi vanto», esordisce il foggiano Roca, «ma questa città non ha saputo produrre un'immagine di sè». Si veda il tanto magnificato cinquecentenario palladiano: «Tutto si è ridotto ad una mostra, che tra l'altro non mi è neanche piaciuta». Motivo? «Poteva essere l'occasione per una critica a come è stato trasformato il nostro territorio, a come l'architettura di Palladio si è inserita nel contesto attuale. Invece niente». Ecco, la critica. Questa dimensione, l'analizzare senza preconcetti ma anche senza santini intoccabili, è merce rara fra i vicentini. «Scrivendo un manifesto politico contro ciò che è stato fatto di Palladio siamo stati, Lionello Puppi a parte, l'unica voce critica».
Il "problema", infatti, non è Andrea Palladio vissuto cinquecento anni fa. E' il modo, volgare e rasoterra, con cui il suo augusto nome è stato mercificato e ridotto a poltiglia. Sbarrando il passo ad un rinnovamento dell'identità di Vicenza, adagiata sul suo mito mummificato. «Ai suoi tempi lui era un innovatore, oltre che un grande divulgatore. Ma la sua lezione è stata persa, perché tutti pensano a farsi belli esponendone il nome sul biglietto da visita e basta. Chiedo: quanto c'è di Palladio nelle menti dei vicentini?». E stila un elenco degli orrori che attesterebbe un Palladio tradito, capovolto, scarnificato: «Quella piccola Gotham City ai piedi della Rotonda, ovvero il nuovo tribunale. Il paesaggio è dimenticato: non ci sono porte, alle estremità della città , che facciano capire subito a chi arriva che sta entrando a Vicenza. I turisti palladiani l'anno scorso hanno trovato persino il bar della stazione chiuso e la Palladio Card è partita in ritardo. E abbiamo perso la Tav e l'aeroporto. Per non dire dei molti grandi architetti che negli ultimi cinquant'anni non sono riusciti mai a lavorare a Vicenza». Un clamoroso caso di sciatteria auto-lesionistica.
Gioventù bruciata
C'è una drammatica assenza di nuove leve che si diano da fare per rifare la faccia e l'anima della città . «E' evidente. Occorre una rivoluzione generazionale e culturale. Ma si è pieni di paura. Paura di mettersi contro le soprintendenze. Paura di tutto, persino di uscire di casa la sera». E qua c'è la stoccata a certi luoghi comuni sull'insicurezza... Un'insicurezza che invece è palpabile, sotto il profilo esistenziale, per quanto riguarda i giovani: «Un po' sono i vecchi che non lasciano spazio, e un po' c'è il fatto che l'economia mette in oggettiva difficoltà i giovani che vogliano affermarsi», sostiene Roca. «Per dire, chi ha uno studio oggi, chi può permetterselo?», domanda riferendosi alle schiere di architetti sfornati dall'università che non ce la fanno a mettersi in proprio.
Ma torniamo alla polemica anti-palladiana. Che in realtà è un modo per difendere il vero Palladio, sepolto sotto uno strato di contraffazioni. «Noi ce l'abbiamo col modo in cui viene sfruttata la sua icona. Esistono discoteche, palestre, società finanziarie, gabbie per uccelli, basculanti, persino lettini ospedalieri col suo nome. Ma niente che abbia a che fare con l'architetto, l'urbanista, il paesaggista. Ecco perché ci siamo rivolti alla polis: il nostro è un grido per fare attenzione alla nostra identità ». Ragazzi, permetterci un commento: finalmente un po' di cultura.
Proposte
Ora, siccome l'intento dei jeunes architectes berici è attualizzare il messaggio innovativo di Palladio, sublime disegnatore d'equilibri fra edifici e natura, chiediamo a Roca come ri-progetterebbe Vicenza se avesse la bacchetta magica. Risposta: «Conserverei e valorizzerei le zone naturali. Ma per il resto cambierei molto, a cominciare dall'area di Vicenza Est. E prenderei a modello concetti come quello di Villaggio del Sole. Senza preclusioni per la "città alta". Le altezze di per sé non sono un male, bisogna saper mediare col paesaggio. Però è necessaria una visione d'insieme». Quella che dovrebbe - speriamo - venire dal Pat, il nuovo piano regolatore atteso da innumerevoli anni. Continua Roca: «Cercherei di recuperare lo spazio del teatro, facendo un varco nelle mura e facilitando il collegamento col centro città . Così com'è il teatro è isolato. Nella piazza antistante si potrebbe creare una piazza delle arti, per combattere il silenzio che viene dalle banche che si trovano davanti, in cui dopo le cinque chiude tutto». Ancora: «Da piazza Matteotti toglierei il parcheggio, del tutto fuori luogo, e restituirei l'intera piazza alla città . Quanto all'area ex Ftv, sono contrario all'ex progetto della Provincia, e favorevole a quello attuale del Comune, che prevede lì uffici comunali e il centro giovanile».
A proposito: Roca vive proprio a due passi da lì, in viale Milano, nel famigerato "Bronx" vicentino. Ma lui ci sta benissimo: «Vivo in un palazzo nobile, nei condomini resiste ancora una dimensione umana, e la mancanza di parcheggio è secondaria perché per me si deve usare l'auto il meno possibile. Ho tutti i servizi sotto casa. Non nego ci siano problemi, ma i problemi si risolvono affrontandoli, non scappando come hanno fatto molti vicentini. Inoltre faccio presente che tutti gli extracomunitari che sono stati fermati o hanno avuto problemi con la legge venivano da fuori, non sono residenti in questa zona». Insomma il nostro architetto ha le idee chiare: la convivenza con call-center, kebab e negozi gestiti da immigrati è possibile. Basta «non sottovalutare e lasciare marcire le cose, ma collaborare e avere una regìa. Questa è l'unica zona che assomiglia ad una metropoli, ed è bellissima».
Contemporanei
La chiusa è un'invettiva-appello. «Due mesi fa il mensile del Comune, Citylights, ha attaccato noi del Vaga in quanto contemporaneisti che non si sarebbero accorti di quell'obbrobrio del nuovo tribunale. Ma noi non siamo per la contemporaneità in quanto tale, anzi non vogliamo questa contemporaneità . Noi vogliamo e cerchiamo di dare idee nuove. A Vicenza manca l'invenzione, la capacità di osare. Qualche buono studio d'architettura di vicentini c'è. Lasciateci lavorare». Così parlò Roca.
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