Inceneritore, l'ultima carta
Sabato 28 Febbraio 2009 alle 12:23 | 0 commenti
Si torna a discutere del progetto di un impianto vicentino per l’incenerimento dei rifiuti. Ma i termovalorizzatori hanno molte incognite. E soprattutto molte alternative
Rieccolo. Puntuale come un cambiale, l’inceneritore rispunta dai cassetti della politica dove era stato rinchiuso per qualche mese, e torna a riaccendere le discussioni. Da una parte chi sostiene, Provincia e Associazione Industriali in testa, che un impianto di termovalorizzazione – per usare l’eufemismo con cui vengono oggi definiti gli inceneritori – è necessario per la gestione dei rifiuti in una provincia densamente popolata e altamente industrializzata come la nostra. Dall’altra quelli - molto pochi per la verità -che avanzano critiche e perplessità su una scelta così drastica e potenzialmente pericolosa.
La svolta
Eppure è passato poco più di un mese da quando l’assessore provinciale all’ambiente Antonio Mondardo affermava che, alla luce degli ultimi dati, la costruzione di un nuovo impianto di incenerimento nel vicentino non era necessaria. I dati a cui faceva riferimento erano quelli sulla produzione e lo smaltimento dei rifiuti negli ultimi anni: con una produzione ormai attestata attorno alle 350 mila tonnellate all’anno, la differenziata che ne avvia al riciclaggio oltre 190 mila, e le restanti 160mila che vengono distribuite tra l’inceneritore di Cà Capretta a Schio, il digestore di Bassano e la discarica di Grumolo. Solo qualche settimana più tardi, però, lo stesso Mondardo interviene alla conferenza stampa sull’attività annuale dell’Arpav e rilancia, con una totale inversione di marcia, l’idea dell’inceneritore, la cui costruzione è presentata addirittura “un obbligo morale�?.
Come si spiega una svolta tanto netta? Probabilmente con l’analisi delle cifre sui rifiuti industriali. Oltre alle 350 mila tonnellate circa di rifiuti solidi urbani, infatti, il vicentino ne sforna anche 1 milione e 580 mila di rifiuti industriali: per una buona percentuale si tratta di materiali inerti derivanti dall’attività di costruzione, una piccola parte è costituita da rifiuti pericolosi che hanno un percorso di smaltimento a parte, ma ne restano comunque circa 500mila che sono assimilabili al rifiuto secco domestico. E che ora come ora non si sa dove mettere: la discarica di Sarcedo che è stata utilizzata a questo scopo per un bel po’ è stata chiusa (Sarcedo è zona di ricarica delle falde, e una discarica sopra le falde non è che sia proprio il massimo), così le aziende sono costrette a rivolgersi all’esterno, a centri di smaltimento situati in altre regioni o anche all’estero. Si spiega così l’alleanza emersa nelle ultime settimane tra Provincia e associazione Industriali per sostenere la necessità di un termovalorizzatore vicentino.
I vantaggi dell’incenerimento
Ma è davvero così? Il punto di partenza di ogni ragionamento sulla questione inceneritori è che produciamo una montagna di rifiuti - nel vicentino siamo a oltre 400 chili all’anno per persona – che in qualche modo va eliminata. Il partito della termovalorizzazione mette sul piatto della bilancia vari tipi di considerazioni. A partire da quelle economiche: gli inceneritori costano molto, ma poi rendono, perché tra contributi statali e ricavi derivati dalla propria attività (ogni tonnellata di rifiuti smaltita può essere fatta pagare circa un centinaio di euro) hanno entrate consistenti. Brescia, la città dove alla metà degli anni ’90 è stato costruito un inceneritore per molti considerato un modello, ha così una delle tariffe rifiuti più basse d’Italia, e il Comune può contare su una buona dose di milioni di euro extra per mettere a posto i bilanci. Non solo: dall’incenerimento dei rifiuti si ottengono energia elettrica (sempre a Brescia si coprono i consumi di 190 mila persone) e calore per la rete di teleriscaldamento. Con il risultato di risparmiare centinaia di migliaia di tonnellate di petrolio, evitando l’emissione di altre centinaia di migliaia di tonnellate di anidride carbonica. Insomma, gli inceneritori di ultima generazione, con impianti moderni e sistemi di filtraggio dei fumi ad alta tecnologia, sarebbero addirittura “ecologici�?.
L’altra faccia della medaglia
In realtà molte di queste affermazioni sono discutibili. La convenienza economica, ad esempio, si basa in buona parte sui contributi statali (i Cip6) che i termovalorizzatori ricevono in quanto considerati fonti di energia alternativa (in pratica l’energia che producono gli viene pagata il triplo rispetto a quelle delle centrali a metano o a carbone). Alla società che gestisce l’inceneritore di Brescia, ad esempio, sono andati 71 milioni di euro di contributi nel 2006 e 78 nel 2007, ed è così un po’ per tutti gli inceneritori italiani, a cui sono stati distribuiti oltre 2 miliardi di euro. Soldi che arrivano dalle bollette di tutti i cittadini, e senza i quali i conti sarebbero molto probabilmente in rosso, visti i costi di realizzazione e di gestione di un impianto. Per continuare con l’esempio bresciano, il termovalorizzatore è costato qualcosa come 350 milioni di euro, e già adesso, ad un decina di anni di distanza dalla sua entrata in funzione, si parla di necessità di ammodernamento per circa 100 milioni di euro.
Quanto alle questioni ambientali, quello che di solito ci si dimentica di dire è che l’inceneritore non elimina completamente i rifiuti, tutt’altro. Da ogni tonnellata di rifiuti inceneriti escono circa 150 - 200 chili di scorie solide, oltre ad una 50 di chili di ceneri in cui sono concentrate la maggior parte delle sostanze tossiche e inquinanti, e ad una quantità imponente di acqua, anche questa da ripulire. Sempre a Brescia, si producono circa 200 mila tonnellate di scorie all’anno, solo in parte recuperabili. L’inceneritore, quindi, non elimina le discariche, anzi. Â
Stesso discorso per le polveri. È vero che i moderni inceneritori hanno limiti di emissione molto bassi, ma si tratta sempre di sostanze pericolose (diossine e pcb, ad esempio); e soprattutto i limiti sono tutti relativi alla concentrazione per metro cubo, non alle emissioni totali. In altre parole, i fumi nocivi emessi per ogni tonnellata bruciata possono anche essere bassi, ma se in un anno si bruciano centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti il risultato è comunque preoccupante. “L’inceneritore produce ogni anno miliardi di metri cubi di aria, e quest’aria è contaminata – ci diceva qualche mese fa Marino Ruzzenenti, uno dei portavoce del comitato che da anni si oppone all’inceneritore bresciano -. La gente lo deve capire: se fanno la ciminiera alta 120 metri è proprio perché quell’aria è inquinata�?.
Una scelta di campo
Anche ponendo tra parentesi le problematiche ambientali e sanitarie, rimane comunque un problema di fondo. Gli inceneritori, per funzionare e per rientrare dai costi di costruzione, hanno bisogno di marciare a pieno regime. Il solito impianto bresciano, inizialmente programmato per smaltire 250 mila tonnellate di rifiuti all’anno, oggi ne incenerisce circa 800 mila, più di quelle che vengono prodotte in tutta la provincia bresciana. E il motivo è semplice: più bruci, più guadagni. Di solito, inoltre, quello che viene bruciato è rifiuto indifferenziato. Brescia, non a caso, è una delle province italiane con la maggior produzione di rifiuti; e in Lombardia è, con Pavia, quella che ha il livello di raccolta differenziata più basso.
Puntare sull’inceneritore, quindi, vuol dire sposare una prospettiva in cui concetti come la riduzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il riuso, il riciclaggio, hanno uno spazio molto marginale (perché ci si dovrebbe sforzare di produrre meno scoasse quando queste mi fanno guadagnare?). E infatti i risultati maggiori, in questi campi, li ha ottenuti chi ha fatto scelte opposte. Anche qui c’è un esempio classico, quello del consorzio Priula, che raccoglie una ventina di comuni del trevigiano e che ha puntato tutto sulla differenziata e sul riciclaggio dei rifiuti. In pochi anni la produzione di immondizie è stata nettamente abbattuta (de 444 chili pro capite all’anno a 360; a Brescia sono circa 650), la raccolta differenziata è arrivata a sfiorare l’80 per cento, e la quantità di rifiuti da avviare in discarica è precipitata da 320 chili pro capite a 80. Con le stesse soluzioni, Brescia avrebbe oggi meno rifiuti da mandare in discarica di quelli prodotti dall’inceneritore. E un impatto ambientale completamente diverso.
Nel vicentino, dove accanto a comuni che nella raccolta differenziata hanno raggiunto punte di eccellenza ce ne sono altri che sono in ritardo di anni, c’è ancora molto da fare. E prima di incamminarsi sulla pericolosa strada dell’inceneritore, forse varrebbe la pena di provare seriamente tutte le vie alternative. Per scoprire, magari, che alla fine un nuovo impianto non serve.
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