In pensione più tardi così i giovani trovano lavoro prima: qualcosa ci sfugge
Martedi 22 Novembre 2011 alle 20:18 | 0 commenti
A proposito delle pensioni di anzianità (e di fatica).
Si parla e si scrive tanto del superamento delle pensioni di anzianità . Cosa significa? Che non basteranno 40 anni di contributi versati (e di fatica accumulata) per poter andare in pensione? Che si dovrà avere un minimo di 63 anni (o più?) per poterne usufruire? Forse a qualche "signor professore", a qualche "capace imprenditore", a qualche "onorevole di professione" la cosa può sembrare normalmente innocua. Ma cosa ne sanno lorsignori della fatica, quella vera, di lavorare in fabbrica e produrre oggetti che, spesso, non si possono comprare per via di un salario insufficiente?
Cosa conoscono di una catena di montaggio, di un cantiere, di condizioni di lavoro precarie e insicure subite tutta la vita? Ci dicono che l'aspettativa di vita è aumentata. Che bisogna adeguare le pensioni a tutto questo. Lo fanno non per cassa (dice qualcuno anche dal centrosinistra) ma per equità . E' necessario, pontificano, per poter aiutare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. Non capisco. Ma come? Il lavoro manca, i vecchi devono continuare lavorare e i giovani, per questo, entrano prima nel mondo del lavoro? C'è qualcosa che mi sfugge. Perché, se in Italia meno del 10% delle famiglie possiede oltre il 45% della ricchezza totale del paese, non si possono tassare i grandi patrimoni? Perché non si possono cancellare le leggi che permettono veri privilegi come i vitalizi o la possibilità di fare il falso in bilancio? Perché non si colpiscono severamente gli evasori, chi corrompe e chi si lascia corrompere? Perché i sacrifici li devono sempre fare i lavoratori e i pensionati? Perché lorsignori si chiamano sempre fuori? C'è qualcosa che non riesco a comprendere. O, forse, capisco benissimo. Ci dicono che lavorare da vecchi è la modernità e, invece, è la solita, vecchia storia. Ha un nome ben preciso. Si chiama sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
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