E io difendo il prete della vergogna
Sabato 14 Febbraio 2009 alle 16:41 | 0 commenti
Affermare che le camere a gas servivano a «disinfettare» è un’offesa alla memoria di chi è stato assassinato nei lager nazisti: non solo ebrei ma anche omosessuali, zingari, oppositori del Terzo Reich. Se è questo il «grave motivo di indisciplina» per cui la Fraternità di San Pio X ha espulso don Floriano Abrahamowicz, bloccando in tempo un secondo scandalo dopo quello del prelato inglese Williamson che aveva messo in imbarazzo la Chiesa dopo l’apertura ratzingeriana agli scismatici lefebvriani, allora i suoi superiori hanno fatto bene.
Ma se invece, la cacciata è avvenuta per le sue opinioni sulla decadenza moderna che avvolge l’istituzione di Pietro, significa che questo papa disconosce il suo papato, le idee che professa da quando era Prefetto della Congregazione della Fede, in definitiva sé stesso. Ratzinger ha questo di buono, rispetto al predecessore Woityla: ha capito che se la Chiesa rincorre la società dei media, lo spettacolo, la televisione, è spacciata. Carattere riservato da uomo di libri e di cattedra quale è, Benedetto XVI ha virato la prua della nave di Roma verso un ritorno alla sua tradizionale missione: convertire. Noi, che cristiani non siamo ma che nutriamo profondo rispetto per chi la fede ce l’ha per davvero, ammiriamo questo pastore tedesco antipatico e poco comunicativo, perché invece di telefonare in diretta da Vespa ripulisce casa propria dalla sindrome dello sballo mondano. Insomma, poche storie: un povero cristo che cerca l’ancora di salvezza entrando in chiesa dovrebbe trovarvi quell’aura di sacro e di mistero che lo elevano dalle miserie e della angosce dell’esistenza materiale alla speranza del paradiso. E invece ci ritrova i papa-boys strimpellare le canzoni dei Nomadi e quattro vecchiette che ascoltano messe senza più pathos. Inutile nascondercelo: motore prima di questa deriva peracottara è stato il Vaticano II. Perciò, quando don Floriano lo definisce, come suprema espressione di modernismo, «cloaca maxima»; quando, sprezzante delle facili ironie degli scettici, ammonisce che «la Chiesa deve tornare alle origini, nei primi tempi i cristiani erano l’1% della popolazione romana, si fecero mangiare dai leoni e con il carisma del martirio salirono al 50%, diventati forti andarono nelle terre lontane e dissero “barbari, convertitevi�, altro che dialogo»; e quando sentenzia che «a togliere Cristo, la pietra angolare, dalla Chiesa, non sono stati i comunisti atei ma i padri conciliari» - ebbene, quando dice tutte queste cose, l’eretico Abrahamowicz sarà pure grossolano e sopra le righe, ma porta alle estreme conseguenze la via scelta da Ratzinger. Soltanto che questi, con fedeltà teutonica, non ha mai considerato neppure per un istante della sua vita la possibilità di disobbedire all’autorità di madre Chiesa, e ne è stato ripagato con l’elezione a papa. Don Floriano è l’ultimo ribelle fra i ribelli, e se per lui la verità è quella, in malora anche la Chiesa.
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