Da (super) occupato a precario
Sabato 21 Marzo 2009 alle 17:13 | 0 commenti
Vittime della crisi: il caso di un giovane che dal cambiare lavori a iosa con stipendi sempre più alti è passato alla cassa integrazione E al mobbing per “ristrutturazione"
Qualche anno fa era un giovane integrato. Oggi è un cassintegrato. M.M., 31 anni, ha molti più acciacchi di quelli che di solito la sua età porta con sè. Vuoi perché fin da ragazzino ha sempre vissuto con la lancetta a mille (tanti lavori, fra cui gestire un locale da concerti), vuoi perché lo stile di vita superturbo, dagli orari impossibili ma dai lauti stipendi, a un certo punto gli ha dato problemi fisici costringendolo a trovarsi un lavoro più tranquillo.
Maledetta Cig
«Nei primi anni Duemila in una ditta ne facevo praticamente due di lavori, l’operaio metalmeccanico e l’assistente tecnico, e riuscivo a prendere 2000 euro netti al mese». Ai tempi viveva a casa dei genitori e i soldi non gli mancavano. Così nel 2003 decide di comprarsi un appartamentino tutto suo, e da Vicenza si trasferisce a Montecchio Maggiore. Mutuo di 500 euro al mese, nessun problema anche con la nuova sistemazione lavorativa: per cinque anni ha fatto l’addetto alle macchine di controllo numerico, attrezzaggio e collaudo prototipi, 12-13 ore al giorno, qualche ora anche di sabato e domenica. Ma poi si licenziò per farsi assumere presso un’altra ditta, a fare il manutentore meccanico di macchine da fonderia, cicli continui di 8 ore (che spesso diventavano 10 o 11) e obbligo di reperibilità . Busta paga superba: da 1800 euro a 2500 euro. Però l’azienda non lo assumeva direttamente, doveva essere lui a passare da un’agenzia interinale. Il primo contratto fu di 2 mesi, il secondo di 1 mese. Poi M. disse basta e due anni fa trovò il posto nella fabbrica di 120 dipendenti dove sta tuttora, dove svolge – o meglio, come vedremo, svolgeva – la mansione di operatore di macchina di controllo numerico. «A differenza che in passato, qui devo più o meno schiacciare un bottone, e infatti lo stipendio è minore: 9 euro l’ora, che coi turni significavano 1300 euro mensili, a giornata 1000-1100». Cioè la cifra che ha cominciato a prendere da gennaio, quando è stato spostato di reparto “perché non c’è più lavoro". «Ma da settembre scorso erano già partite le ferie forzate, che io però ho evitato mettendomi in malattia, altrimenti quest’estate non avrei neppure un giorno libero». Subito dopo il cambio reparto, la cassintegrazione ordinaria: si timbra il cartellino solo il martedì, mercoledì e giovedì. Praticamente si fanno 8 giorni retribuiti in meno (più o meno 60 euro di decurtazione).
Mobbizzato?
Ma se fosse finita qui, la sua storia sarebbe tutto sommato “normale", con la crisi nera che imperversa. Invece no, perché il suo sospetto è che le difficoltà di oggi siano il pretesto usato dai datori di lavoro per fare il repulisti degli organici aziendali (in gergo: ristrutturazione). «Appena arrivato, al terzo o al quarto giorno di lavoro, ricevo una lettera di richiamo perché avrei causato dei “danni" per 800 euro. Io non ero responsabile di nulla, ma siccome ero l’ultima ruota del carro hanno incolpato me. Il capo-reparto però l’ha contestata e tutto è finito lì». L’episodio si ripete prima dello scorso Natale: altra lettera, danni per 2000 euro alla macchina a cui lavora perché dopo uno sbalzo notturno di corrente si è impiantata. «Ho contestato anche questa. Sono stufo di essere accusato senza prove». Non sborsa un centesimo, però da quest’anno viene messo a fare lavori più pesanti e umilianti. «Con la motivazione che lavoro ce n’è molto meno e bisogna impiegare i dipendenti, mi fanno fare le pulizie, il carico e scarico, i lavaggi». Cioè niente che c’entri con le sue capacità professionali. «Un mese fa sono arrivati a farmi rifare un lavoro di sollevamento pesi di una settimana, così mi sono fatto due settimane massacranti da cui sono uscito piegato in due».
Chiede di poter fare qualcosa di più leggero, e per tutta risposta gli fanno spalare la ghisa e lucidare container. Risultato: si sente male, gli si paralizza una gamba, e fra controlli e medicine in un mese spende 600 euro. La diagnosi è lombosciatalgia, per cui gli fanno mettere un busto per 20 giorni. Ma ha dovuto sudare per farsi dare il periodo di riposo corrispondente dal proprio medico di base, perché al pronto soccorso non avevano specificato il numero di giorni. L’ortopedico gli ha diagnosticato tre vertebre incrinate e una parte della colonna vertebrale col midollo osseo schiacciato, dicendogli che deve prima di tutto disinfiammare il muscolo. «Non posso rivalermi sull’azienda perché sul contratto c’è scritto che possono utilizzarmi anche per “altro", e non posso provare il collegamento fra il mio male e i lavori a cui sono stato costretto», spiega M. Si sarebbe dovuto inchiodare dolorante sul luogo di lavoro, schizzare al pronto soccorso e farsi certificare subito il danno fisico. «Ma dal punto di vista morale», chiarisce, «è un infortunio a tutti gli effetti. Non solo, ma sarebbe anche mobbing, perché quei lavori non erano i miei, non erano strettamente necessari». Il mobbing è la persecuzione che subisce il lavoratore che non va a genio ai superiori o al titolare. Lui è stato l’unico, su 15 persone che componevano il suo reparto, ad essere stato “esiliato". «E tutti gli interinali», i contrattisti a tempo determinato, «sono stati buttati fuori». L’accusa di mobbing potrà essere dimostrata, in ogni caso, «se e quando si tornerà a pieno regime: mancando il personale, se mi reintegrano dov’ero bene, ma se assumono un altro al posto mio…». Il sospetto è forte: «La parte amministrativa della mia azienda è intatta, e gli operai cocchi del padrone non hanno perso un’ora di lavoro».
Futuro nero
L’ultima paga è stata di 980 euro, perché essendo stato in malattia ha fatto una sola settimana di cassintegrazione. Ma con due, avrebbe preso 800 euro. Fino a fine marzo sarà 1 settimana sì e una settimana no. «Non so se ad aprile ci pagheranno, per ora fortunatamente è stato così perché la ditta ha liquidità e ha anticipato quello che per legge arriva dall’Inps dopo due mesi. Altrimenti mi daranno il 60% dello stipendio e dovrò aspettare, appunto, due mesi». Il guaio è che fra il mutuo per l’abitazione e un prestito risalente all’anno scorso per far fronte a spese della sua convivente, ogni fine mese deve vedersela con 800 euro di rate (più l’assicurazione sul prestito: «se sei disoccupato non la paghi, ma se sei in cig, sì»). La sua ragazza, 30 anni quest’anno, ha fatto lavoretti a tempo determinato fino a giugno 2008, poi coi contributi ha maturato un assegno di disoccupazione che però è scaduto a febbraio. Lui due qualifiche (manutentore apparecchiature elettriche e disegnatore meccanico su sistemi operativi autocad), lei licenza di terza media con un passato da operaia metalmeccanica. «Ovviamente stiamo cercando, colloqui se ne fanno, ma finiscono tutti con un “grazie, le faremo sapere…"». Paura del licenziamento dall’oggi al domani? «Mah, secondo me mi avrebbero già licenziato, se avessero potuto. Dovrebbero dichiarare fallimento, o chiudere la società per aprirne un’altra con un altro titolare formale».
Certo è che così è impossibile farsi una vita, una famiglia, un progetto a lungo termine. «Infatti se non troviamo una soluzione a breve, saremo costretti a tornare ognuno di noi due dai propri genitori, in modo che almeno non dobbiamo pagare le spese correnti». Il che, tra l’altro, significa che dovranno stare insieme ma separati, perché lei ha la madre in Puglia. Il nostro sfortunato amico ci scherza su: «Ah, ma farò come vuole Berlusconi: sfondo il terrazzo qui davanti e faccio un giardino pensile che dà sulla strada, così amplio l’appartamento del 20%. Il conto però lo mando a lui. Anzi no, visto che sarò in mezzo a una strada, vendo la casa e mi compro uno station vagon, però visto che ha tolto l’Ici voglio che il Berlusca tolga anche il bollo auto». Gente allegra, ciel l’aiuta, dice il detto.
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