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Chisso dal carcere nega l'esistenza di tesori
Giovedi 2 Ottobre 2014 alle 12:41 | 0 commenti

Di Alberto Zorzi
Il primo a metterlo nero su bianco ufficialmente era stato il tribunale del Riesame nell’ordinanza dello scorso 8 luglio. «L’indagato ha operato in un contesto in cui portare i soldi all’estero sembra costituire la regola, non l’eccezione - avevano scritto i giudici - E’ certo assai improbabile che un assessore regionale tenga i soldi frutto di corruzione in un conto corrente, a nome proprio o a quello dei suoi familiari, presso una banca sita nel territorio della Repubblica».
Ma in realtà già da mesi che Procura e Guardia di Finanza erano a caccia del «tesoro» di Renato Chisso, l’ex assessore regionale la cui sobrietà di vita (rispetto a ville, investimenti e terreni di Giancarlo Galan) ha sempre aperto un grande punto di domanda su dove siano finiti i soldi da lui intascati sotto forma di mazzette: non due euro, ma 4 milioni, secondo la ricostruzione della Procura, tra lo «stipendio» di 250 mila euro all’anno da parte del Consorzio Venezia Nuova, i favori e le operazioni societarie. Ora, in attesa che arrivino le numerose rogatorie avviate dai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, quelle piste investigative sarebbero state rafforzate da un «super-testimone», cioè Luigi Dal Borgo.
Dopo una prima fase di chiusura tattica, infatti, nelle ultime settimane l’imprenditore bellunese – che secondo l’accusa da un lato era il braccio destro di Piergiorgio Baita nella creazione delle società «cartiere» nella fase post-San Marino, dall’altro deve rispondere di millantato credito ai danni dello stesso ex presidente di Mantovani – ha iniziato a parlare. E non sono spunti investigativi di poco conto, visto che i verbali sono stati immediatamente secretati. In uno di questi dialoghi con i pm, Dal Borgo avrebbe anche riferito di avere dei validi motivi (su cui ovviamente vige il massimo riserbo) per essere certo che i soldi di Chisso fossero in un certo paese dell’Est Europa e che a portarli fosse Enzo Casarin, il fido braccio destro dell’ex assessore alle Infrastrutture, che peraltro una parte li avrebbe tenuti per sé. Il paese potrebbe essere la Moldavia, paese verso il quale appunto nel cuore dell’estate è partita l’ennesima rogatoria, dopo quelle già avviate in Canada, Svizzera, Croazia, Slovenia, Austria e altri. D’altra parte tra gli inquirenti è ricorrente la battuta su quale fosse il lavoro di Chisso prima della politica: bancario alla Carive.
«Sono notizie completamente infondate, che mi sembrano più che altro strumentali alle indagini», adombra il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza. L’avvocato Carmela Parziale, che difende Casarin, ieri l’ha incontrato in carcere in vista dell’udienza del tribunale del Riesame di domani. «Mi ha ribadito di non aver mai portato capitali all’estero e di non avere alcun conto corrente fuori dall’Italia - dice il legale - è tranquillo e sereno».
Di certo la procura ha messo nel mirino le tre persone che ritiene sappiano qualcosa sull’assessore e le mazzette da lui intascate. Oltre a Dal Borgo e Casarin, infatti, i pm sperano sempre che si possa sbottonare anche Federico Sutto, l’ex segretario di Giovanni Mazzacurati che dal 2009 in poi sarebbe stato il «corriere» delle tangenti. Ma anche ieri, chiamato in procura alle tre del pomeriggio, Sutto si è avvalso della facoltà di non rispondere, come consigliatogli dal suo avvocato Gianni Morrone. Insomma, se sa qualcosa su Chisso, a cui è accomunato dal passato socialista e da una profonda amicizia personale, continua a tenere duro.
Da Il Corriere del VenetoÂ
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